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Salgo la scalea bianca di marmi di Calacatta pregiati, sgrossati dalla subbia sagomati con cunei, rifiniti politi con raspe lime e pietra pomice. Salgo fino alla cattedrale incastrata tra edifici risalenti alla Rinascenza, tra il palazzo urbano e spedale. La nottata è argentata dal plenilunio, che mette in luce le pietre ciclopiche, il rialzo del fiume, ondeggiante sinuoso come la bissa dal collare. Lo spedale è in rovina, i vani vuoti le aperture forzate, il vento di ponente sibila per ogni dove come per frugare nelle stanze abbandonate, tra le ombre del passato che lascia ancora qualche vestigia nel presente. La notte i varchi regali del palazzo sono occhi vuoti, del cieco che brancia- errabondo- fischiano ad ogni refolo. La notte è sempre ghiacciata anche quando d'estate ristagna la calura umida. D'estate quando il mare burrascoso riversa fiotti di spuma e lontano lontano barcolla come chi non si regge. Solenne rimbomba dal campanile il rintocco dell'ora, ed è l'unico tono che ritma la notte.
Il crocevia il fontanile dove i barrociai abbeverano i cavalli riarsi sfiancati per il carico. Ognuno arrotola il babacco centinella un sorso di vino leggero, quel vino di pronta beva. Deglutendo il pomo di Adamo si ingrossa come una neoplasia. Sul viso butterato si legge l'inestinguibile piacere del primo sorso e della prima voluta di fumo.
La luce declina imporpora la scalea di scarlatto. I ritrovi si svuotano, qualche esercente abbassa gli avvolgibili. La comitiva di visitatori riprende la fontana rinascimentale da ogni lato, mentre si avviano i motori dei torpedone per ricondurre in albergo la compagnia. Qualcuno sale la scalea con il passo dello sciancato. La sera segue il ritmo asimmetrico del zoppicante. Un tempo suonava l'organo a cilindro girandolando per le vie del passeggio.